Perchè la Pasqua, al sud, mette ansia

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Non c’è solo l’ansia di Natale, al sud. Anche la Pasqua e la Pasquetta sono giorni votati all’apprensione, alla disperata corsa contro il tempo, alla tensione individuale che in un batter d’occhio diventa tensione collettiva e quindi sociale. Perché non c’è da preparare e affrontare solamente l’infinito pranzo della domenica, ma anche il pranzo a sacco del lunedì successivo di Pasquetta. La coda alla cassa del supermercato, già dal sabato, lascia presagire una due giorni di cibo no stop. Il mental coach che hai ingaggiato dopo il pranzo di Natale 2016 ti ha preparato per 4 mesi, due ore al giorno, per tutti i giorni: “Devi riuscire a dire no grazie senza sentirti in colpa. Devi riuscire a dire no grazie senza sentirti in colpa”.

La domenica di Pasqua è arrivata, la sveglia ti coglie nel letto con gli occhi sbarrati verso il soffitto. Dalla cucina ogni tipo di aroma si infila nella tua camera ed entra nelle tue narici. Pensi sia ora di pranzo ma sono soltanto le 8:30. Il tuo mental coach ti ha fatto una sola raccomandazione: “Stai lontano da lui”. Ti guardi allo specchio: “Sto lontano da lui”, ripeti, e poi il solito “No grazie senza sensi di colpa”. E in un attimo, alle 8:32, è già tardi e non hai nemmeno il tempo di chiederti perché. Proprio come a Natale la tavola è imbandita fino all’orizzonte, tanto che non riesci a capire quanti ne sarete. L’anno scorso 34. Quest’anno è record provinciale: 41. Perché si sa, Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi, quindi si aggiungono anche gli amici mentre la Durso si è già intrufolata dentro casa tua per raccontare in esclusiva il pranzo pasquale più kitsch del 2017.

Mentre la lancetta dell’orologio si adagia lentamente sull’uno, ripeti il mantra del mental coach: “Lontano da lui, lontano da lui”. E poi il solito “no grazie senza sensi di colpa”. Suona il campanello e il battaglione di invitati invade la tua casa. Così schierati: anziani, bambini, donne e uomini. È in quel momento che incroci il suo sguardo. Strafottente, provocatorio, sfrontato, sornione. “Stai lontano da lui”. Stai lontano dallo zio inquisitore. Un guanto di sfida in un’occhiataccia. Eccolo.  Lo zio inquisitore 2 – L’ultimo duello.

La Pasqua per lo zio impiccione è la resa dei conti, il secondo tempo di un interrogatorio iniziato durante il pranzo di Natale e che ora è giunto alla prova del nove, alla prova della verità, al fact checking capillare e minuzioso. Perché se il 25 dicembre gli hai rifilato una balla per dirottarlo dalla sua invadenza, tu lo avrai dimenticato, ma lui no. Ed è venuto a pranzo, questa domenica, solo per controllare se avevi provato a fregarlo, solo per inchiodarti alla tua croce di menzogne, fallimenti e sensi di colpa.

“Stai lontano da lui”, ti ha detto il mental coach. Ma non si sa perché e non si sa come lui ti finisce accanto. E non ti fa nemmeno gli auguri di Pasqua, non ti sorride, non ti chiede come stai o cosa fai. Va dritto al punto: “Quanti esami ti mancano?”. Che stronzata gli avevi rifilato a Natale? C’è solo uno che sa la risposta. E non sei tu. “E ti sei fidanzato?”, incalza. Perché se in quattro mesi non hai trovato una donna allora la sua teoria sulla tua omosessualità diventa automatica certezza e sarà legittimato a sostenere in giro di avere un nipote gay, mentre i suoi interlocutori con fare sconsolato e sguardo contrito potranno rincuorarlo con un semplice quanto inutile “mi dispiace”. Dai retta al tuo mental coach e cambi posto: “Dovrò alzarmi più volte per aiutare la mamma, ti dispiace se mi metto lì?”, chiedi alla zia posizionata all’altra estremità del tavolo, talmente lontano che quando ci arrivi sei stordito dal jet lag. Ti guardi indietro e c’è una fila sterminata di persone che tracanna vino e sacrifica animali come in un rito

propiziatorio del Paleolitico. Su 7 portate sei riuscito a dire “no grazie” a tre senza sentirti in colpa, tenendo duro rispetto alle insistenze. Hai retto e sei tronfio. Pensi che il tuo mental coach sarà orgoglioso di te, non vedi l’ora di comunicarglielo: no a 3 pietanze su 7. Ma l’autostima crolla e il lavoro di quattro mesi evapora non appena tua madre esclama: “Passiamo ai primi?”. L’ansia sale: abbandonato il progetto “no grazie senza sensi di colpa” e ingurgitato nevroticamente i quattro primi,  hai seminato lo zio inquisitore ma sei finito nelle grinfie del cuginetto che vuole giocare durante il pranzo e nel frattempo si è sbrodolato antipasti, pasta, sugo, contorni e frutta. A fine giornata quando a sua madre l’amica del cuore chiederà cosa ha mangiato, lei non risponderà nemmeno ed esporrà a mo’ di menu la maglietta del figlio. Arrivano i secondi. Agnello. O meglio, agnelli. Sotto casa tua c’è un sit in di vegani, che ti hanno visto uscire dalla macelleria con tre carrelli e si sono appuntati il numero di targa per rovinarti le feste. “Ci sono i vegani”, gridi preoccupato. La nonna si affaccia al balcone e gli chiede se vogliono mettersi a tavola anche loro. “Peccato che non sanno dove andare a mangiare”, ed insiste – inconsapevole- per mettere un po’ di agnello in carta stagnola e spedirglielo giù.

La tensione cresce, i dolci ricoprono tutto il tavolo. Lo zio inquisitore in un attimo è di nuovo al tuo fianco. “Allora, dicevamo?” (alias “Non mi freghi stavolta”). “La fidanzata ce l’hai?” (o sei omosessuale?, vorrebbe aggiungere). Rispondi negativamente accendendo un interruttore nei suoi occhi, che si illuminano con i colori della rivalsa, come a dire “l’avevo sospettato, ma mia moglie sosteneva sempre di no”. “E dimmi, quanti esami ti mancano?”. Le colombe svolazzano sul tavolo. Stai per crollare, è questione di attimi. La pressione è tanta, sudi, hai bisogno di staccare la spina dal pressing della Pasqua.

Ti alzi e scappi di casa. Sembra tutto finito. La tensione appare un ricordo spazzato via come cenere che si stacca dalla sigaretta che stai fumando per poi dissolversi nel vento. Che ansia, pensi. Chiudi gli occhi e ti immergi nell’infinito, accompagnato dal silenzio mentre tutto il mondo, a quell’ora, è rinchiuso in casa per celebrare la santa Pasqua. Che pace, pensi.

Fino a quando una notifica interrompe l’idillio di te che sei diventato tutt’uno con la natura: qualcuno ti ha appena aggiunto al gruppo whatsapp “Pasquetta 2017”.

La Pasquansia non è finita. Alzi la testa al cielo chiedendo perdono a Dio o supplicandolo di fulminarti pur di fermare questo stillicidio. Ma il tuo sguardo si posa su un dettaglio. Su un uomo affacciato ad un balcone. È lo zio inquisitore, che con sorriso beffardo da lontano ti fa ciao con la mano.

 

 

I motivi per scegliere un uomo dell’est (della Puglia)

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Che macello la Perego! Ha sciorinato la lista dei motivi per cui è consigliabile scegliersi una donna dell’est  scatenando un putiferio. Tanto che le hanno addirittura chiuso il programma: “Parliamone Sabato”, su RaiUno. Io invece voglio seguire l’esempio della presentatrice: ecco i motivi per scegliere un uomo dell’est. Ma dell’est della Puglia.

 I MOTIVI PER SCEGLIERE UN UOMO DELL’EST (DELLA PUGLIA)

Un uomo dell’est della Puglia vive sul mare e per questo non avrai mai problemi per le vacanze perché, male che vada, il Ferragosto lo passi in Paradiso tra il Gargano, Polignano a Mare, Ostuni, Torre dell’Orso o Otranto.

Un uomo dell’est della Puglia, vivendo sul mare, adora le cozze. Quindi anche se sei bruttina potrai comunque essere amata profondamente.

Un uomo dell’est della Puglia ha dei genitori che si preoccupano talmente tanto del “Hai mangiato?” che per non farlo sciupare ogni giorno cucinano per nove-dieci persone, e non devi neanche degnarti di fare la spesa o  annoiarti ai fornelli.

Un uomo dell’est della Puglia è selvaggio come i territori in cui è nato, ed e poetico come l’ispirazione che quei tramonti suscitano.

Un uomo dell’est della Puglia non corre il rischio di perdere la linea col tempo, semplicemente perché per quanto mangia la linea perfetta non l’ha mai avuta.

Un uomo dell’est della Puglia è sempre sexy: anche quando sbatte i polpi sul lungomare di Bari mentre stringe una Peroni ghiacciata.

Un uomo dell’est della Puglia è autosufficiente: lo liberi in un ambiente appena conosciuto e fa comunella con gli estranei trattandoli esattamente come amici di una vita.

Un uomo dell’est della Puglia non mette il broncio e non frigna: il conto lo paghi col tempo. E nemmeno te ne accorgi. Lì per lì.

Un uomo dell’est della Puglia è disposto a far comandare la donna.

Un uomo dell’est della Puglia rispetto al punto precedente ha mentito.

 

5 motivi per cui le donne meritano di essere subalterne all’uomo

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La parità dei sessi è una battaglia a punti. Giulio Cesare, Einstein, Gandhi da una parte, nella squadra blu; Rita Levi Montalcini, Evita Peron e Anna Frank dall’altra, nella squadra rosa. Ci sono però alcuni motivi fondamentali per cui le donne non riusciranno mai a vincere la sfida infinita col sesso forte. Esistono 5 motivi – o 5 atteggiamenti- che relegheranno per sempre la donna in condizione giustamente subalterna rispetto all’uomo.

Ad iniziare dall’uso dei social. Prendiamo ad esempio la giornata tipo dell’8 marzo. Culi e tette a profusione, sguardo ammiccante e scollatura da capogiro in un primo piano conturbante. Selfie scosciati e labbra appena aperte come a dire: “sì, caro osservatore che ti trovi di fronte alla mia fotografia, prima di guardarmi troppo assicurati di aver già preso i fazzolettini”. Ed in tutto questo vortice di eros imbastito su instagram, arriva il commento a corredo della foto: “Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei”. È proprio in quel momento che riesci a trovare una giustificazione alla ragion d’essere dell’Isis, dei boia, di chi appiccava roghi immergendovi le streghe. Per quale motivo la frase filosofica deve ornare le nudità? È in quel momento che vuoi trovare pace e vai ad appollaiarti sul divano e accendi la tv per svagarti.

Ritrovandoti tuo malgrado di fronte al secondo motivo per cui le donne meritano di essere subalterne all’uomo. Lo sguardo contrito di Barbara D’Urso regala momenti di alta cultura quando intervista la sorella della vittima di omicidio chiedendole come stia. Ma non è tanto la D’Urso ad abbassare di molto la media-punti della squadra rosa, quanto tutte quelle donne che la guardano ogni pomeriggio e ormai la chiamano semplicemente “Barbara”, come fosse una nipote, una sorella, un’amica. “Oggi Barbara ha detto che”, biascicano tra di loro le amiche commentando la puntata di Pomeriggio 5. Non riesci ad essere quieto. Magari ti prendono per misogino e cerchi di non polemizzare. In fondo è l’8 marzo e proprio non ti va di rovinare le feste come un Jep Gambardella qualunque.

Vai a cena, ma solo perché il titolare è un tuo amico e ti ha lasciato un posticino non colonizzato dalle orde di donne festanti. Le osservi. Mentre parlano tra di loro partono selfie con la bocca a culo di gallina. Poi, subito dopo, ritornano in posizione seria, quasi cupa, lasciandoti la convinzione di trovarti di fronte ad esseri bipolari. Serata tra amiche, cena tranquilla, pensi. E invece i loro profili Facebook raccontano di #seratapazza #donnaugualedanno #amicheperlavita.

E capisci perché ci sono tanti motivi per cui la condizione subalterna è meritata. In bagno parte il taglia e cuci. “Hai visto come si è vestita quella?”; “Ma hai sentito cos’ha detto quell’altra? Vuole andare a Formentera questa estate: ma se non è mai uscita di casa sua nemmeno per andare al mare a Ostia?”; “Ma come è ingrassata?”; “Ma…”.  Cattiverie su cattiverie si inanellano senza pietà, a pochi metri dalla vittima ignara, che subito dopo sarà raggiunta da un sorriso a 32 denti e da complimenti sbalorditivi provenienti proprio dalla sua aguzzina: “Meno male che vuoi muoverti tu, questa estate ci organizziamo insieme per Formentera. Oltretutto ti vedo già in formissima, quanto sei dimagrita?”.

La serata volge al termine. Sei nel letto e la porta si apre. La tua compagna ti raggiunge in camera dopo aver festeggiato l’8 marzo con le amiche. Parli del più e del meno, sbrigando la pratica dei doveri di coppia nel minor tempo possibile. Quando pensi che il peggio sia passato, auguri la “Buonanotte”, cercando di mettere in archivio una giornataccia. E invece no. Manca l’ultimo motivo per cui le donne meritano di essere subalterne all’uomo.

 “Dobbiamo parlare”.

 

 

 

 

 

 

Quando la preoccupazione della commessa sfruttata è il sorriso di Melania Trump

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Donald e Melania Trump all’Esselunga

Dev’essere dura diventare la moglie del miliardo più potente d’America. Ne sono convinti gli italiani che, giustamente, vivendo una realtà appagante e piena di opportunità, si dilettano nell’efficace impresa di guardare con apprensione ciò che succede gli Stati Uniti d’America e trovano pure il tempo di provare compassione per Melania Knavs, moglie del nuovo presidente USA.

Così (soprattutto) la venticinquenne precaria simpatizzante di sinistra (o di destra, of course), che impiega la sua laurea in sociologia nel centro commerciale di Abbiategrasso dove ha trovato occupazione come commessa a 800 euro al mese e in nero, aggredisce l’orco Donald Trump che riesce ad ammutolire con un semplice sguardo un’indifesa quarantacinquenne ex modella di origine slovena.

È l’immedesimazione, forse, quella che spinge la commessa sfruttata a solidarizzare con Melania Trump. Perché i curricula coincidono, le storie si intrecciano, i sacrifici si appiattiscono sull’unico filo conduttore di sudore e fatica. Come non notare quelle analogie che, per forza di cose, creano empatia? Infatti ogni studentessa oggi sottopagata in nero ha vissuto i travagli di Melania: ogni precaria ha avuto le sue copertine di GQ, Max, Vanity Fair; ogni precaria al suo matrimonio riuscirà ad allietare la cerimonia con un cantautore che ha venduto dieci milioni di dischi con un singolo; ogni precaria alla domanda “a chi ti ispiri?” risponderebbe senza pensarci troppo al nome di due ex first lady degli Stati Uniti.

E  sarà proprio la comunanza di vissuto, di scelte di vita, di opportunità che induce la commessa precaria a ritenere Melania addirittura una “sfortunata”. La commessa sfruttata italiana di orientamento sinistroide (o destrorso, of course) adora Michelle Obama, e per questo si sente più fortunata di Melania Trump, tanto da sentirsi in diritto di doverla salvare dai suoi agi, dalla sua ricchezza, da suo marito e da tutto ciò che una persona a 45 anni ha deciso di essere e di costruire.

Ma la commessa sfruttata non lo accetta. Povera Melania. Povera. Perché quegli 800 euro in nero danno sorriso e i miliardi di Donald no. Ok, ce la raccontate un’altra volta questa barzelletta. Ora non ho tempo di sentirla: devo solidarizzare con Lapo, che s’è infilato in un altro casino. Quell’altro poveraccio.

Com’è la vita di un Credulone Seriale di Bufale

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Il web è il paradiso delle bufale, dove perfino una notizia come “Belen vestita dalla testa ai piedi” può essere presa sul serio e condivisa da milioni di utenti attraverso vari social network. È normale credere alle bufale, può capitare se sono studiate e confezionate in maniera credibile e professionale; diverso è incorrere in bufale grossolane. Tipo quella che ci dice che una foto può immortalare l’anima che esce dal corpo nel momento della morte. Ma hai mai immaginato com’è la vita di un credulone seriale di bufale?

Tempo Libero

Il credulone di bufale non può scrivere stati su Facebook. Infatti la sua bacheca è piena zeppa di messaggi minatori verso Mark Zuckerberg, in quanto con cadenza oraria ci tiene ad intimargli che “con il seguente messaggio, a partire da oggi alle 4:14, non permetto a Facebook di usare miei immagini o informazioni passate, presenti o future”. Quindi il credulone non inserisce fotografie perché il social gliele ruba, non scrive per non essere controllato, non tagga gli amici perché potrebbero denunciarlo per appropriazione indebita di selfie. E tanto tra tre giorni Facebook è a pagamento e mi cancello.

Vita di coppia

L’uomo che crede alle bufale pubblicate sui social, marito o fidanzato che sia, ha un unico e solo pensiero ricorrente, che lo tartassa da mattina a sera, rendendogli la vita impossibile. Si sveglia e si addormenta con la medesima ossessione: l’extracomunitario che gli stupra moglie e figli. “ASSURDO SCHOCK entrano in casa e violentano anche il cagnolino”, ha letto su cicredisolotu.com.  Figlie in casa prima delle 21:00 in estate e prima delle 17:00 in inverno, perché ha letto che quei BALORDI preferiscono colpire al tramonto; moglie coperta fino al collo per tutte e quattro le stagioni. Perché se ti va bene l’extracomunitario MERDA viene LINCIATO DALLA FOLLA, ma se ti va male muori senza pietà – BASTARDI FIGLI DI PUTTANA!!.

Personaggi famosi

Il credulone di bufale non lo ammetterà mai, ma fa confusione a distinguere i personaggi celebri vivi da quelli morti. Quante volte è morto Pippo Franco? E quello che c’è in giro è la copia o l’originale come Paul Mc Cartney? PURTROPPO LA TRISTE NOTIZIA, quante volte lo avrà letto senza aprire il link, ma vedendo solo la faccia del suo attore preferito? Oggi il credulone è spaesato, si trova nel limbo e non sa riconoscere i morti dai vivi. Nei casi più gravi – da credulone a complottista- c’è la variante del marketing pubblicitario dietro la morte di Eco.

Vacanze al CARA

Le immagini di Ibiza come meta del turismo e della trasgressione rappresentano un patetico e sbadito passato. Il divertimento è altrove: fiumi di Mojito, sexy ballerine dalla pelle color ebano, twerking spinto e tequila, sale e limone a pioggia. Non c’entrano nulla né il Pachà, né l’Amnesia. Perché il credulone seriale di bufale preferisce prenotare le sue vacanze attraverso internet e in particolar modo recensendo le location grazie agli articoli sui migranti. La tappa cool del 2017 è il Centro Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) di Lampedusa. Sole, mare, panorama ed in più lo Stato ti passa anche cellulari, jacuzzi, cocktail, tv 3D, Playstation, iPhone, videopoker e con gli spiccioli anche una cannetta di marijuana. Oltre a tutti questi servizi, se sei extracomunitario, lo Stato – che già ti compra le sigarette formato 20- ti allunga pure 35 euro per i vizi.

Il denaro

Sforbiciata ai conti correnti inferiori a 20 mila euro; taglio del 20% ai conti compresi tra 1000 e 23 mila euro; taglio del 90% sul 20% dei conti correnti italiani pescati random durante l’edizione del martedì de L’eredità. Così il credulone seriale di bufale non trattiene un euro in banca o in posta. Quando parla col direttore lo registra con un microfono nascosto e quando fa la spesa non prende nemmeno la tessera punti del supermercato. Perché è un attimo, poi prendi il vizio e ti fai tutte le altre carte. E te le clonano gli zingheri attraverso l’ipnosi.

L’ISIS

Combattere l’Isis è più facile che combattere l’acne. Infatti, secondo le fonti del credulone seriale di bufala, basta non odorare i campioncini infetti che i tagliagole hanno posizionato nelle profumerie o basta non abbeverarsi dall’acqua dei pozzi, inquinati e avvelenati dagli uomini del Califfato. Per di più basta non essere parlamentari, perché l’ISIS ha promesso già 4098643 volte di voler tagliare la testa ai politici.

Volontariato

C’è l’amico del cugino dello zio del vicino di casa del marito della cugina di Pietro che soffre di una grave patologia chiamata Buffalobis Cangiantis. Questa patologia si cura attraverso l’invio di un sms di solidarietà con la scritta “Alzati e cammina”. Ma il credulone deve far presto, perché contestualmente serve del sangue presso l’ospedale di Grumo Appula. Gruppo B. o C. o Y.  o A. L’importante è che se beve, insomma.

La legge

IL rapporto del credulone seriale di bufale è altalenante. Non si contano le sentenze della cassazione taldeitali che nell’ordine ha dichiarato illegali le olive sulla Margherita o lo sputo dopo un caffè amaro. Al contrario i giudici hanno assolto quel magrebino che ha ammazzato due bambini dopo averli stuprati e ha condannato all’ergastolo il padre che, giunto sul posto, ha ingiuriato con frasi offensive e xenofobe il carnefice.

La politica

Non si sa perché per il credulone seriale di bufale i politici lavorino di notte. Perché  è sempre di notte, e di nascosto, che introducono norme per alzarsi gli stipendi o recuperare vantaggi attraverso i rimborsi. Se la votazione sui benefici dovesse succedere di giorno, magari alle 11:30, nessuno ci crederebbe. Sarà per questo che ci riescono sempre.

Illuminante come sempre, anche Francesco De Gregori, in Buffalo Bill del 1976, fece un ritratto del Credulone seriale di Bufale (CSB): “Credulone e romantico, con due baffi da uomo; se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte, tra la vita e morte avrei scelto… la Bufala”.

 

Chi ti scriverà i messaggi di auguri a Natale

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Della serie #nataleconansia. Messaggini di auguri, dal precoce al mistico; dal pornografico all’artista. Cosa arriverà sul tuo telefono cellulare nella notte tra il 24 e il 25 dicembre? Macedonia già lo sa. E tu che messaggiaro sei?  La magia del Natale si scontra con problemi molto più pratici e meno aulici: che ci scrivo nell’sms di auguri?

Trapattoni. Ama il catenaccio, le catene nel caso specifico. Allora nel giorno di Natale te ne invia sei o sette perché mai sia che Gesù Bambino si offenda o non si prodighi per un miracolo spettacolare proprio nel giorno del suo compleanno.

Il confuso. Ti invia gli auguri di Natale augurandoti tanta felicità per il nuovo anno. Rimani spiazzato, anche perché a Capodanno è tra i primi a scriverti. Gli rispondi con un “buona Pasqua” risolutore.

Il mistico. Riesce a scrivere “Natale” in mille modi diversi. Religioso impeccabile, il suo augurio (rigorosamente non su whatsapp ma per messaggio di testo) è lungo almeno 300 caratteri, nei quali ti perdi dopo Pace e Amore (rigorosamente con l’iniziale in maiuscolo).

Gli ex. Storie drammaticamente finite con corna, vendette, tentati omicidi. Tutto risolto in un solo messaggino whatsapp perché a Natale si è più buoni. La non risposta è consigliabile, ma sempre inascoltata, perché il 25/12 entri in un uragano di buonismo che ti spazza via senza avere la minima idea di dove tu possa atterrare.

Il numero sconosciuto. 90 volte su 100 è il primo a farti gli auguri. Non ne salta uno: compleanno, Pasqua, Natale, Capodanno, addirittura Ferragosto. Non conoscendo il mittente lo hai memorizzato col nome “auguri” perché non trovi mai le parole per chiedergli “chi sei?”. Rispondi in modo impersonale ma affabile.

A te e famiglia. Anche se sei orfano, “a te e famiglia”, a Natale, è più quotato di Last Christmas.

Il precoce. Ti avvicini al gran cenone, in sottofondo Bublè scalda le corde vocali e l’albero di Natale non ha radici ma pacchi. Il cellulare, posato chissà dove, inizia a suonare. Sono le 20:00 del 24 dicembre e trovi i primi messaggi di auguri. Cristo nascerà due ore dopo, ma non fa niente. Il primo a scriverti anche quest’anno è sempre lui: il precoce.

Lo stalker. Whatsapp, messaggio di testo, wall di Facebook, gruppi su Telegram. Mille auguri in mille modi diversi. Perché il Natale quando arriva, arriva. E lo devi sentire. Sempre e ovunque.

Il ctrl+v. Le frasi ad effetto che si sprecano; l’ateo che ti manda auguri per la nascita di Gesù; l’analfabeta che ti spiega il senso intimo della Bibbia e dei vangeli in un tweet. Il denominatore comune è Google, da cui attingere qualcosa da riciclare.

L’artista. Sette asterischi, dodici slash, quattro underscore, trentatre punti, due esclamativi e quindici punti e virgola. Ne viene fuori, e non sai come e non sai in quanto tempo, un Babbo Natale con tanto di renne, camino, pacco regalo e squadra di elfi. Rimani sotto shock pensando a chi sia stata il primo a progettare quell’opera d’arte che sarà usata da milioni di persone senza riconoscere alcun merito all’artista.

I porno auguri. In qualche gruppo whatsapp nascosto, tra quelli del lunedì di calcetto o dei single, c’è sempre la mandria di babbe natale nude. La versione erotica viene sostituita dopo pranzo, il 25 dicembre, con i porno natalizi che corrono di telefono in telefono più veloci dei re magi e della stella cometa.

Senza gioie. Un banalissimo “Buon Natale”. Senza nemmeno l’ebbrezza del punto esclamativo, senza un nome che accompagni lo scarno messaggio. C’è scritto “Buon Natale” ma potrebbe tranquillamente essere un “vaffanculo” per lo scarso entusiasmo che traspare. Ma è Natale, e apprezzi lo sforzo. Quindi rispondi con “Grazie, anche a te”. Magari aggiungendoci “e famiglia”.

Il parolaio. Una lunga scia di barzellette e filastrocche inondano i cellulari di tutto il mondo. Rime baciate e veri e propri sonetti natalizi. Tutto ciò che addirittura riesce a far rimpiangere il “senza gioie” di cui sopra.

La polemica (solo su social). Tra auguri e riflessioni, arriva il polemico. “Ah questa festa del consumo, dell’apparire e del buonismo, ma poi domani tornerete a fare le iene come sempre”.  159 like, 383 commenti, faide familiari a mezzo social. Ed è già 26 dicembre.

Come prepararsi allo tsunami di auguri di Natale sul cellulare? Buttando via la scheda. Non c’è altra soluzione. Pace.

 

 

 

 

 

 

Perchè il Natale, al sud, mette ansia

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Il miracolo nella 34esima strada, i fiocchi di neve che accarezzano le finestre, le candele che illuminano la chiesa in Mamma ho perso l’aereo, la muta dichiarazione d’amore in Love Actually, la giustizia serena di Una poltrona per due, la voce di Michael Bublè che anima l’albero di Natale, l’immobile frenesia dei presepi, Ooh Happy days, la cioccolata calda a colazione.

È il Natale che si è conficcato in testa attraverso film, cd e tradizioni. Ma l’angelica e appagante preparazione al 25 dicembre, al sud, diventa sostanzialmente una messa nera, un antipasto di terrore e ansia straziante. Perché il giorno di Natale, al sud, non inizia con la colonna Last Christmas a scandire il risveglio, ma prende avvio alle 6:30 con un urlo di tua madre che, in cucina, ti ricorda: “E’ tardi”. Alle sei e trenta è tardi.

Al Sud, a Natale e solo a Natale, è sempre tardi. Solo l’antipasto sfamerebbe tre quarti di Africa. Ma per preparare il pranzo non c’è tempo, all’alba sei già fuori dal ruolino di marcia. L’esercito degli ospiti arriverà alle 13, ma saranno talmente numerosi che al dolce sei ancora a fare gli auguri di Buon Natale perché non vuoi saltarne nemmeno uno: “Noi ce li siamo già fatti gli auguri?”.

La preparazione del cibo è affidata alla donna di casa, mentre alla restante parte della famiglia è affidata la sistemazione logistica della “tavolata”. Perché “quest’anno ci sono anche i cugini di tuo padre, Zia Franca e zio Saverio”. Quindi siamo in 34. “E no, ci sono pure i figli”. Parenti di cui non conosci l’esistenza ma che poi, dopo qualche ora, scopri essere stati pilastri della tua infanzia prima di sparire nel nulla.

Se hai tra i 20 e i 25 anni le domande virano su fidanzata e laurea. Dopo i trent’anni è un’inquisizione. Lo zio diventa Tomas de Torquemada, il suo chiedere si fa tortuoso, la curiosità viene soppiantata dal giudizio, una risposta vaga potrebbe diventare prova a sfavore, una risata al posto sbagliato una etichetta da portarsi a vita. “Come mai hai trent’anni e non hai una ragazza?” (ossia: “Ma ti piacciono le ragazze?” o “Ti ha tradito la ex perché ha scoperto che sei gay?”). Mentre cerchi di sgattaiolare tra gli ostacoli dell’inquisitore, il tavolo inizia a mormorare. Mettere sedute trenta persone così disomogenee è il vero miracolo di Natale, che si ripete ogni anno senza che a nessuno sia mai stata riconosciuta un’aura di santità.

Occhiate e frecciatine nella zona est della tavolata, perché al sud non lo dimentica nessuno quel mancato invito a Pasqua del 1992; e nemmeno quella volta in cui nel 1989 il cognato della cugina della zia arrivò con ritardo al cenone di Capodanno e dopo 27 anni ha pure la faccia tosta di ripresentarsi. Ma vabbè. Si va oltre, ma non completamente. E nemmeno a Natale. Il pranzo scende giù insieme al vino e ai bevitori di occasione che arrossiscono al secondo sorso. Alle 15:30 sei stremato. E invece è solo il primo primo. Non è una ripetizione. Poi arriva il secondo primo. In quel momento il trentenne è accerchiato dallo zio inquisitore (“ma non ti sei ancora laureato?” alias “sei stupido?”), dalla cugina con 4 figli che vogliono illustrarti proprio in quel momento tutti i regali ricevuti, e dalla nuova moglie del cugino (la new entry) su cui è giunta come un avvoltoio la moglie dell’inquisitore che ti tiene sotto torchio da ore. In quel momento si respira solidarietà nell’aria, ma non perché è Natale.

Alla frutta pensi: “E’ fatta”. E invece no. Perché c’è la frutta secca, su cui si apre il dibattito: “Va prima o dopo la macedonia?”. Il punto a te pare un altro: “ti ci entra pure la frutta secca in quello stomaco?”. Ma non lo dici, intontito dalla pesantezza del cibo pensi solo a scampartela. (“Mangi poco, ci tieni alla linea”, ti dice zio Torquemada, che nel pensiero conclude la frase pensando “mangi poco come le donne”).

Alle 17 arrivano i dolci. Non il dolce. Se al sud chiedi: “Panettone o Pandoro?” leggeresti l’imbarazzo sul volto di tutti i commensali. Ed in quel momento lo zio inquisitore aggiungerebbe un altro tassello al mosaico di te che sei omosessuale e ti dai da vivere facendo la drag queen. Il dolce, al sud, è tutto ciò che di calorico è stato creato e inglobato in un solo alimento. C’è gente che, durante il pranzo natalizio, è entrata sana ed è uscita in dialisi.

“Sai giocare a carte?”, ti chiede l’inquisitore (alias “visto che non ti sei laureato, sai almeno contare le carte?” o “anche a voi gays piace giocare così?”). In quel momento estrai immediatamente un mazzo di carte che avevi preventivamente messo al tuo fianco, perché – morire per morire- almeno eviti la tombolata e cadi da eroe durante il Mercante in fiera. Le puntate massime arrivano a 50 centesimi, mentre nell’altra stanza il tavolo da poker o di stoppa non sa che di lì a breve distruggerà famiglie, conti correnti, futuro di bambini che non avranno più possibilità di studiare a causa dei debiti di quel famoso Natale 2016. Ma si va, il giro di amari rende calda l’atmosfera. Lo zio inquisitore non va tra gli uomini a giocare duro, perché deve carpire, pedinandola, la tua inclinazione sessuale, che a te tra l’altro pare pure evidente. Ma tu – ingenuo- ancora non lo capisci e lo credi amico.

Dopo 3 ore e 45 minuti riesci a vincere il piatto: le 33 persone rimaste a giocare al Mercante in Fiera ti hanno fruttato ben 5,65 euro (qualcuno ti ha derubato degli spiccioli). “Fortunato al gioco, sfortunato in amore”, ti chiede l’avvoltoio inquisitore che vuole ancora sincerarsi della tua sessualità. Alle 19.30 fa ingresso la merenda: il panettone. Mentre i duri e puri richiedono il bis del dolce fatto da zia Filomena, se si può avere eh.

Arrivano le 20:00 e sei ubriaco di amari. L’aria si è fatta pesante. Fuori nevica ma dentro sembra di essere a Rio de Janeiro, con bambini che saltano, persone che urlano, gente inghiottita dal divano che nemmeno nei priveè dell’Old Fashion dopo aver sbocciato, festeggiamenti olimpici perché il doppio cavallo fa cucù. Vedi agitarsi persone a mezza manica anche se fuori ci sono -2 gradi. Dov’è Michael Bublè, ti chiedi; dov’è l’accogliente casa dei pranzi composti, dei sorrisi familiari, dei film con alberi di Natale addobbati? Alle 21:00, mentre tutti stanno andando via, casa tua sembra Aleppo dopo un raid delle truppe di Assad. Corri in camera a prendere il cellulare e trovi notifiche ovunque, anche tra i calzini e nelle mutande. Il silenzio viene interrotto da tua madre che ti chiede cosa vuoi per cena. E subito ti parte un conato di vomito all’idea di poter ingurgitare ancora qualcosa.

Lo zio avvoltoio inquisitore ha dimenticato il cappello, e prima di varcare nuovamente l’uscio ti fa il suo personalissimo augurio di Natale: “Non ti preoccupare, non dico niente a nessuno. Anche se ti piacciono gli uomini ti voglio bene. Pure tuo cugino era così, magari ti può aiutare. Buon Natale”. Non opponi nemmeno resistenza, non provi nemmeno a controbattere. L’ansia ti ha sopraffatto. E non sai ancora cosa fare a Capodanno.